La Villa


Nel 1392, anno in cui il re Martino conquista la Sicilia e Andrea Chiaramonte viene decapitato nella piazza antistante il suo palazzo a Palermo, nasce la baronia di Solunto. All’interno della baronia si rende necessaria la costruzione di un edificio destinato non solo alla conservazione ma anche alla lavorazione dei prodotti agricoli: e questa antica “fabbrica” è probabilmente all’origine della Villa Sant’Isidoro De Cordoba.

La suddivisione in feudi della Sicilia comporta una migliore organizzazione dell’intero territorio e impone la costruzione di numerose fabbriche a questo asservite. I latifondi, pertanto, innescano fermenti edilizi di notevole valore costruttivo-architettonico e socio-economico.

L’arrivo del Settecento segna per il modo di vivere della nobiltà una vera e propria rivoluzione, che ha notevoli riflessi sul modo di costruire e sulle abitudini estive.

La campagna palermitana e la Piana della Bagaria sono investite da un grande fermento edificatorio. La “smania” della villeggiatura, inaugurata da don Giuseppe Branciforti nel 1658, che in fuga dai “clamori” della città trova rifugio in campagna, detta una vera e propria moda da cui molti si fanno attrarre.

All’interno di questo contesto s’inserisce il divenire dell’attuale Villa Sant’Isidoro De Cordoba, la cui cellula iniziale è da identificare nella Masseria Grassini. A suffragare tale ipotesi un documento nel quale si attesta che tra il 1552 e il 1566 Pietro Maria Grassini possiede delle terre in quella contrada. Nel secolo successivo una Caterina Grassini sposa Pietro Del Castillo . Pertanto, quelle terre sono elevate a marchesato con il titolo di Sant’Isidoro.

La residenza estiva nasce dall’aggregazione di un caseggiato rurale, evidente soprattutto nell’eterogeneità delle sezioni dei muri, nella distribuzione degli ambienti, nella stessa organizzazione degli spazi, nella mancanza di una perfetta simmetria.

Alla primitiva struttura della Villa Sant’Isidoro De Cordoba, probabilmente, era annessa una torre posta a controllo del feudo stesso, oggi inglobata nel complesso, ma ancora leggibile in pianta.

Il paesaggio e il contesto certamente hanno avuto una loro funzione nel determinare non solo gli indirizzi artistici e tipologici ma anche la scelta dei materiali quali la pietra d’Aspra, utilizzata per la costruzione della villa, talvolta lasciata a “faccia vista”.

È proprio in questo sito che vi sono ancora diverse cave a cielo aperto a testimonianza della plurisecolare estrazione della pietra calcarea che ha permesso la costruzione di numerose ville.

L’organizzazione dell’attuale corpo di fabbrica è databile 1753, data questa rilevabile  nella decorazione del grande salone dipinto a “trompe l’oeil”.

Ulteriori interventi sono eseguiti nella seconda metà dell’Ottocento dopo che una Del Castillo sposa, nel 1849, un De Cordoba. Il nuovo impianto decorativo della volta a padiglione si sovrappone al precedente di cui s’intravedono diverse tracce.

Nel fianco orientale della villa, un corpo aggiunto testimonia l’ulteriore evoluzione della casina che ha avuto negli anni Trenta del ventesimo secolo quando fu realizzato il trappeto per la molitura delle olive.

Fronteggia il viale di accesso, la cappella, testimonianza delle “imprescindibili impostazioni” che si era data la società aristocratica del tempo, che fa dire a Giuseppe Tomasi, nel Gattopardo, che le dimore del tempo, sia estive che invernali, erano una sorta di “Vaticano”, alla stregua di una città ideale, un perfetto e gerarchicamente organizzato microcosmo.

A pianta rettangolare, la navata, ormai priva di copertura, è chiusa dal piccolo presbiterio, raccordato con due nicchie che si aprono su brevi pareti poste a 45° gradi rispetto all’ortogonalità dei muri perimetrali. Il prospetto, con trabeazione a sviluppo sinusoidale, ospita il vano porta rettangolare con mostra in pietra e, in asse, una finestra circolare.

Villa Sant’Isidoro De Cordoba, nonostante il suo lungo divenire che ha caratterizzato le qualità formali, architettoniche e costruttive sembra rispettare i parametri classici dell’architettura villereccia settecentesca, nella singolare aggregazione dei corpi, scalone esterno, assialità con il viale centrale un tempo alberato, terrazzi panoramici, corte chiusa con ingresso dal fornice passante, oltre ai due prospetti – anteriore e posteriore – che non rinunciano a relazionarsi con il tracciato storico della vecchia consolare che nel caso in esame non vi si attestano ma lo inglobano, così i due fornici permettono una soluzione di continuità e prosecuzione della vista dal mare alla montagna e viceversa.

Dopo la morte dell’ultima proprietaria, la marchesa Maria Teresa De Cordova nel 2012, la villa ,è stata ereditata dall’imprenditore Domenico Angileri che, tramite l’associazione culturale  da lui presieduta, ha avviato un ambizioso progetto di trasformazione del complesso in un polo culturale aperto al pubblico.